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Un buon piano del parto include anche il post-parto

Se aspetti un bambino o hai partorito da poco, avrai sentito anche tu parlare di ‘piano del parto’, quello che le donne in gravidanza possono scrivere e far sottoscrivere in ospedale da ostetriche e medici, per invitarli a rispettare i propri desideri riguardo il travaglio, il parto e il trattamento del neonato nelle primissime ore dopo il parto.

Si parla ancora poco invece del piano per il post-parto, cioè come ti organizzerai con la tua famiglia una volta tornata a casa.

Con la mia prima gravidanza ero preparatissima sul parto e sulla struttura dove partorire, ma del tutto impreparata per quello che mi avrebbe aspettato dopo, nei giorni, settimane e mesi a venire. Dallo shock del dopo mi sto ancora riprendendo!

Ricordati:

PartoPostparto

Ecco i miei 5 punti per un post-parto meno traumatico:

  • Se pensi di voler allattare il tuo bebé, bene! Allattare non è una questione di fortuna, né dipende dalla taglia di reggiseno che hai, o dal fatto se hai o meno il latte. Preparati adeguatamente, cerca di capire cos’è un attacco corretto, come si produce il latte, il meccanismo della suzione, leggi libri sull’argomento, segui un corso preparto dove si parli anche diffusamente di allattamento, frequenta già in gravidanza qualche incontro gratuito della LLL (la Lega del Latte), scegli un ospedale con il rooming-in, leggi questa intervista a una donna che ha insegnato ad allattare a centinaia di altre donne.

 

  • Individua le tue risorse! Fai una lista delle persone che ti potranno dare una mano dopo la nascita di tuo figlio, segnati la loro disponibilità e in cosa ti potranno essere d’aiuto. Potresti aver bisogno di: cibo cucinato, spesa, pulizie domestiche, faccende burocratiche (tessera sanitaria, scelta del pediatra), due braccia in più per farti una doccia o un riposino, supporto con l’allattamento, compagnia, aiuto e intrattenimento con altri figli, ecc.

 

  • Condividi il nido. Se possibile, assicurati la presenza del tuo partner nei primi giorni/settimane di vita di vostro figlio, è fondamentale per partire con il piede giusto e non sentirti sola in questa avventura.

 

  • Tu sei la regina! Metti in conto di viaggiare tra il divano e il letto per almeno la prima settimana dopo il parto, in modo che il tuo corpo possa recuperare appieno e tu possa dedicarti solo a te stessa e al tuo bambino. Prepara il tuo partner e la tua famiglia a supportarti in questa fase. Se non lo pianifichi con anticipo, sarà difficile concedertelo dopo.

 

  • Prenditi cura di te. Fai una lista delle cose che ti piacciono, cibo, letture, musiche, persone, da regalarti durante il puerperio. Tutti portano doni per il neonato, ma quella che merita un regalo sei soprattutto tu!

 

Grazie a Cecilia e Silvia de Il parto positivo per l’immagine.

Come sono divenuta ciò che sono

Posso dire di me che sono entrata nella maternità nel momento in cui sono rientrata a casa dall’ospedale con la mia prima figlia, a ottobre del 2011. La gravidanza, il parto e i primi giorni in ospedale rappresentano una bolla da cui sono uscita tornando a casa. Fino ad allora avevo vissuto tutta la storia come un idillio e da vera incosciente, occupandomi di aspetti e questioni che dopo mi sarebbero sembrate irrisorie e irrilevanti. Cerco di ritornare ai miei pensieri del prima, alle mie aspettative, alle mie paure, ma non riesco a ricordare niente, credo di non averne avuti. Per questo dico che ero una vera incosciente.

IMG_1019Tornando a casa, noi tre, è incominciato il periodo più duro della mia vita. Nessuno mi aveva preparato a questo, o forse non ero stata attenta ai segnali, non avevo ascoltato alcuni cenni. Mi arrabbiai molto con le mie amiche del corso preparto, che avevano partorito poco prima di me. Tutte raccontavano l’idillio, intortavano la storia con fiocchi e zucchero. Nessuna che mi avesse detto che non avrei avuto il tempo di fare pipì, di sederci insieme a un tavolo per cenare, di fare una doccia, di stare da sola. Per i primi due – tre mesi la fatica e lo stupore hanno occupato tutto il mio tempo e spazio mentale. Ero arrabbiata, frustrata, insoddisfatta. Mia figlia era lungi dall’essere una ricompensa a tutto questo, la vedevo come un’estranea, non la riconoscevo come mia figlia. La mia vena critica illuminista contribuiva a togliere ogni possibile poesia alla faccenda e lei collaborava, con i suoi pianti e la sua insoddisfazione.

Poi questi primi mesi sono passati, e io ho iniziato a capire come si fa, come funziona, come ricominciare a vivere, nonostante un neonato. Soprattutto, come dare una regola e una routine alla vita in comune. L’allattamento è decollato, le giornate si sono stabilizzate attorno ai cruciali sonnellini, le notti sono continuate a essere un incubo. Ma, piano piano, ci ho fatto l’abitudine.

Ricordo che ho iniziato a scherzarci su, raccontando a un’amica che passavo da una paranoia a un’altra: risolta una preoccupazione, se ne presentava un’altra. Ora mi rendo conto che era anche un modo per occupare il tempo, una via di fuga dal presente, terrificante, di essere faccia a faccia con una neonata. Un’altra via di fuga era uscire, fare, muovermi continuamente tra casa mia e casa di mia madre.

Da più parti mi venivano consigli zen di calma e presenza, addirittura un’amica di famiglia che consigliava di chiudermi in casa con la neonata per tre giorni e tre notti per conoscerci meglio ed entrare in sintonia. Lo trovavo terrificante. Sfuggivo ogni occasione di essere sola al chiuso con la bambina, mi spaventava moltissimo. Lo sentivo al di sopra delle mie possibilità, e forse lo era davvero.

Per fortuna ho trovato delle risorse. Il fatto di vederla così nera, senza mezzi termini e senza infarcimenti, mi ha spinto a uscirne fuori, a trovare delle soluzioni. Una volontaria della LLL mi disse una cosa molto semplice, che però non mi aveva ancora detto nessuno: che una madre ha bisogno di essere nutrita per poter nutrire e prendersi cura del proprio bambino. In qualche modo, aveva finalmente legittimato il mio sentire, la mia frustrazione, il mio bisogno. Non ero matta, allora, a sentirmi così piccola, bisognosa, così figlia. Per niente madre.

Mia madre c’era, e in quel periodo la cercai moltissimo. C’era a suo modo, col suo modo, non sdolcinato, un po’ asciutto, di poche parole, lasciandomi con i miei pensieri e il bisogno di elaborare quest’esperienza travolgente. Però c’era, col bollito di pollo, le mele cotte, il suo modo unico di sistemare il neonato nella carrozzina, di farlo sentire sicuro e a suo agio tra asciugamani arrotolati fino ad addormentarsi, finalmente. C’era a tenere Anita alla televisione, mentre io dormivo in camera sua, sprofondando in sonni senza sogni da cui mi risvegliavo enormemente grata e un po’ stordita. C’era con le sue paure, proiettate su di me senza filtri. C’era con il suo vissuto di madre, con la sua storia di puerperio, con la sua seconda gravidanza in bilico, con il suo bisogno di farsi forza e non cedere alla debolezza, non lamentarsi, non chiedere aiuto. Bisogno che non era il mio, che non è il mio.

Proprio per prendere le distanze da lei e da questo atteggiamento autarchico, che trovo non faccia giustizia al lavoro e al dono che una madre fa all’intera comunità, io ho estremizzato la fatica, acuito il disagio, chiesto ad alta voce di non essere lasciata sola. Mi sono resa conto che il suo atteggiamento era un modo per proteggersi, difendersi dall’apertura morbida in cui ci getta la maternità, sentita e vissuta come una debolezza. Quello che potrebbe essere un momento di passaggio che apre al rinnovamento e attiva nuove potenzialità, viene vissuto come pericoloso, destabilizzante, per sé e per la propria famiglia. Meglio lasciare la madre sola, con la sua fatica, col nostro giudizio, sommersa dall’esperienza e dalle emozioni, a districarsi con un neonato che ‘si è cercata’, in modo che risolva al più presto e con minori danni possibili la situazione, tornando alla normalità.

Raramente le madri trovano persone che permettono loro di attraversare integralmente questo passaggio, accogliendole e contenendole. Sono del resto poche le madri che si concedono il tempo della trasformazione, il rischio di scoprirsi fragili, la possibilità di accettarsi e rinascere.

Con il mio secondo figlio, nel 2013, ero più preparata, ma anche più consapevole di quello che desideravo: un parto in casa (quella era la parte facile) e un puerperio come si deve. Questa volta mi sono resa conto di quanto fossi sola, circondata da persone incapaci di starmi vicino durante il puerperio, inadeguate a sostenermi perché loro in primis bisognose di sostegno. La realtà di questo vuoto è arrivata insieme alla consapevolezza lucida dei miei bisogni. Avevo voglia di donne intorno a me, innanzitutto di mia madre. Un bisogno potente e chiaro, ma lei in quel momento non ce l’ha fatta a raccoglierlo. Altre presenze femminili mi hanno aiutata, ma in maniera discontinua e frammentaria, come è spesso l’assistenza a pagamento.

L’esperienza della maternità mi ha accostato alla figura della Doula, avvicinandomi a bisogni di cui non sapevo l’esistenza. Sono convinta che le donne abbiano bisogno di una madre o di un’amica quando diventano madri, o, in mancanza d’altro, di una Doula. Infatti, spesso non c’è né una madre né un’amica disponibile, fisicamente, ma anche e soprattutto emotivamente. Oggi nella nostra società sembra davvero difficile e oneroso stare vicino a una figlia o a un’amica durante una fase di passaggio, che è poi così breve e delimitata nel tempo. Perché di stare si tratta: stare accanto, stare nella stessa casa, stare in tre invece che a tu per tu con un neonato. Questo mi fa arrabbiare. Che non ci sia una cultura e una pratica diffuse e socialmente riconosciute del prendersi cura della madre, del coccolare, del dare tempo. D’altro canto, spesso sono proprio le neomadri a non riconoscere questo bisogno. Sono circondata da neomamme autosufficienti, felici, realizzate, efficienti. E mi chiedo: fanno finta? Va davvero tutto bene? Sono così scollate dalle proprie emozioni profonde da non riconoscersi in difficoltà? E’ davvero così difficile chiedere aiuto?

9/1/2015

Secondo figlio, che cosa mi aspetto?

Sto ancora cercando di capire che cosa non è andato nei primi mesi con la mia prima figlia, che ora ha 18 mesi.

Ho vissuto malissimo la fatica, i risvegli notturni, i problemi con l’allattamento, la solitudine.

Ci ho messo almeno sei mesi per dire anch’io: – “Avere un figlio è bellissimo, questa bambina è la cosa più bella del mondo”. Le mie amiche lo dicevano dopo neanche un mese dal parto e io tuttora non le capisco.

E sono convinta che molte madri non dicono la verità, che far finta che vada tutto bene è un atteggiamento molto diffuso, che alla lunga non fa bene a nessuno. Probabilmente perché pensano che nessuno le ascolterà, che nessuno si farà carico del loro disagio. E non hanno tutti i torti, purtroppo.

Lo scrivo alla vigilia dell’uscita nelle sale del film “Tutto parla di te“, di Alina Marazzi, una storia inedita che racconta la maternità, il parto, il puerperio, ma soprattutto la depressione. Non vedo l’ora di vederlo. E c’è anche un progetto in rete ispirato al film, dove raccontare le nostre storie di maternità, nel bene e nel male, “Tutto parla di voi“, anche su FB.

Le mamme che non si lamentano dicono che è tutta questione di aspettative, che basta non averne o ridimensionarle. Ecco, io dico che è impossibile non avere delle aspettative, che siamo esseri umani ed è normale e sano avere delle aspettative, anche se al dunque rimangono disattese e deluse. Mi arrabbierò, mi lamenterò a oltranza, ma vivaddio, non sarò una madre perfetta e i miei figli impareranno a non sentirsi in colpa quando si lamentano un po’.

Ho pensato che questa volta potrebbe aiutarmi capire quali sono le mie aspettative con questo secondo bambino che deve arrivare, dirle, portarle a coscienza, osservarle. E poi vedere quali azioni posso intraprendere per realizzarle, se ne vale la pena, o per accantonarle, se sono davvero così irrealistiche.

Eccole qui.

1) Vorrei un parto naturale fino in fondo, senza separazione traumatica dal bambino, perché credo che quelle prime ore dopo la nascita siano fondamentali e preziose per creare un legame a prova di fatica e di frustrazione. Con la mia prima figlia ci siamo incontrate dopo due ore, e forse questo ha contribuito a rendermela estranea, a non riconoscerla.

2) Mi illudo che non ci sarà il caos emozionale e fisico del primo postparto. Ho dei ricordi vaghi dei primi giorni, ma ricordo che con mio marito non avevamo tempo di mangiare seduti insieme, che rinunciavo a fare pipì, che organizzarsi per uscire di casa era un’impresa.

3) Mi aspetto che pretenderò meno da me stessa e accetterò di buon grado di non dover/poter far molto altro che allattare e stare con i bambini nelle prime settimane. Spero che non mi prenda la frenesia di fare, uscire, andare al ristorante, in autobus, in giro per negozi. In questo, il parto previsto a inizio agosto mi aiuterà, spero!

4) Vorrei che le persone che avrò intorno mi aiutino davvero a non fare ‘niente’ e a starmene col mio bebè e con la mia bambina, per qualche settimana.

5) Continuo a illudermi che le notti non saranno così interrotte e sfiancanti, e che almeno durante il giorno ci sia qualche momento di tregua. Mi aspetto un bambino che dorme e mangia, ahahahah!

6) Mi aspetto che mio marito non vada nel pallone e si dilegui, che anzi si prenda cura di me, ma soprattutto si faccia carico di Anita, la intrattenga e la faccia sentire parte di una fatica e di un progetto più grandi, quelli della sua famiglia.

7) Mi aspetto che Anita la prenda bene, non si senta usurpata, messa da parte, abbandonata, che non mostri indifferenza ma neppure sentimenti negativi. Povera lei!

E voi? Quali erano le vostre aspettative nell’idillio della gravidanza? Come è andata?

Cinque cose da fare prima di partorire

Per quanto cerchiate di immaginare realisticamente come sarà la vostra vita tornate a casa con il vostro bebè, la realtà sarà molto peggio!

Non per tutti è così, vi auguro che per voi sia una passeggiata, ma meglio prepararsi al peggio per poi tirare un sospiro di sollievo, no?

Io personalmente ho odiato le mie amiche che avevano partorito un mese prima di me e mi dicevano: “E’ bellissimo! E’ la cosa più bella del mondo!”. Quando Anita aveva 23 giorni alla riunione del gruppo postparto ho detto che per me era “carino” ogni tanto, ma il più delle volte ero distrutta, mi chiedevo in che guaio mi ero cacciata e in pieno babyblues vedevo mia figlia come un’estranea.

Con il senno di poi credo mi abbia molto aiutato tirare fuori sin dall’inizio questi sentimenti negativi, senza cercare di negarli o sublimarli, anzi, a volte anche esagerandoli. Ho reagito cercando aiuto, sostegno, accudimento. Ho letto libri. Ho provato tante strade.

Quindi qualche consiglio alle future mamme per affrontare meglio il periodo del puerperio.

1) Se volete allattare, informatevi! Meglio essere preparate prima su come funziona l’allattamento e che difficoltà potreste incontrare. Seguite un corso approfondito, individuate una persona di riferimento che potrete contattare per ogni chiarimento: se è una consulente professionale per l’allattamento materno IBCLC, procuratevi il suo numero di telefono e verificate se e a quale prezzo è disponibile a venire a casa vostra dopo la nascita del bambino; se è una consulente de La Leche League, informatevi sugli incontri mensili e possibilmente seguitene qualcuno già prima del parto. Date un’occhiata ai libri e ai link consigliati.

2) Prendete in considerazione la possibilità di portare il vostro bimbo in una fascia o in un marsupio! E’ un modo comodo e confortevole di muoversi con lui fuori casa, senza l’ingombro della carrozzina. Vi ridarà l’ebbrezza di quando non eravate mamme e potevate muovervi in libertà. Potrete prendere autobus, treni, scale mobili con il vostro pulcino nascosto tra i vostri vestiti, cuore a cuore, pancia a pancia con voi. Portare è comodissimo anche dentro casa, quando il pupo è stanco, piange, si lamenta, o semplicemente quando dovete cucinare o stendere la lavatrice e lui non ne vuole sapere di stare per conto suo. Cercate di capire prima del parto quali sono i vari tipi di supporto e quello che fa al caso vostro. Non lasciatevi scoraggiare dall’apparente complicatezza di certe fasce e non esitate a chiedere alle mamme portatrici che incontrate per strada, saranno orgogliose di aiutarvi. E se avete individuato la fascia che fa per voi, acquistatela già prima del parto. Prima la usate, meglio è. Noi siamo uscite dall’ospedale con Anita nella fascia! Il mio consiglio è di comprarla da una mamma che le fa, cercate su internet, ce ne sono tantissime e sono sicure, belle, personalizzabili. In molte città esistono le fascioteche, luoghi dove si possono provare diversi tipi di supporti e prendere in prestito le fasce per testarle con il proprio bebè (a Roma, a Torino). Un buon modo per orientarsi è seguire qualche discussione sul gruppo “portare i bambini” su Facebook.

3) Preparate le scorte! Comprate pasta, riso, marmellata, carta igienica, dentifricio, deodorante, shampoo, perché quando avrete un’oretta libera col pupo, meglio trascorrerla al parco che al supermercato. Preparate pasti pronti e surgelateli. Nei primi giorni/settimane dopo il parto non avrete materialmente il tempo di cucinare, e forse neanche la voglia. Ma è molto importante che mangiate a dovere per rimettervi in forze e produrre il latte. Individuate qualcuno che cucini per voi nelle prime settimane dopo il parto: la mamma, la suocera, la vicina di casa, un’amica. Non occorre che lo faccia a casa vostra, può portarvi i pasti già pronti e voi dovrete solo infilarli nel microonde. Ottimi ricostituenti sono i germogli e le mandorle, ricche di ferro e di calcio. Nei negozi bio si trova una crema di mandorle 100% da spalmare sul pane, che è un vero concentrato di energia e di buon umore.

4) Trovate una persona che vi dia una mano nelle faccende di casa. Non avrete la forza di farle voi e, se pensate di farcela, riposatevi, riposatevi, riposatevi. Fate una passeggiata, respirate aria fresca, distendete la mente. I mesi a venire saranno duri e il vostro bimbo avrà bisogno di una mamma in forma. Con 25 euro a settimana potrete avere la casa decentemente in ordine e concentrarvi su cose più piacevoli. Ve lo meritate!

5) Individuate un luogo dove si incontrano altre mamme, che sia il consultorio, le riunioni de La Leche League, i centri di sostegno alla genitorialità, il cinemamme (a Roma, a Padova, a Brescia), il Milk Bar, è molto importante uscire e incontrare altre mamme, condividere le esperienze e le preoccupazioni, scoprire che è possibile fare alcune cose piacevoli anche con un lattante al seguito, come chiacchierare tra mamme, bere un tè, vedere un film, ecc. E’ un sollievo gestire un neonato tra altre mamme nella stessa situazione, la mamma si rilassa e si rilassa anche il bebè.