Archivi del mese: giugno 2015

Come sono divenuta ciò che sono

Posso dire di me che sono entrata nella maternità nel momento in cui sono rientrata a casa dall’ospedale con la mia prima figlia, a ottobre del 2011. La gravidanza, il parto e i primi giorni in ospedale rappresentano una bolla da cui sono uscita tornando a casa. Fino ad allora avevo vissuto tutta la storia come un idillio e da vera incosciente, occupandomi di aspetti e questioni che dopo mi sarebbero sembrate irrisorie e irrilevanti. Cerco di ritornare ai miei pensieri del prima, alle mie aspettative, alle mie paure, ma non riesco a ricordare niente, credo di non averne avuti. Per questo dico che ero una vera incosciente.

IMG_1019Tornando a casa, noi tre, è incominciato il periodo più duro della mia vita. Nessuno mi aveva preparato a questo, o forse non ero stata attenta ai segnali, non avevo ascoltato alcuni cenni. Mi arrabbiai molto con le mie amiche del corso preparto, che avevano partorito poco prima di me. Tutte raccontavano l’idillio, intortavano la storia con fiocchi e zucchero. Nessuna che mi avesse detto che non avrei avuto il tempo di fare pipì, di sederci insieme a un tavolo per cenare, di fare una doccia, di stare da sola. Per i primi due – tre mesi la fatica e lo stupore hanno occupato tutto il mio tempo e spazio mentale. Ero arrabbiata, frustrata, insoddisfatta. Mia figlia era lungi dall’essere una ricompensa a tutto questo, la vedevo come un’estranea, non la riconoscevo come mia figlia. La mia vena critica illuminista contribuiva a togliere ogni possibile poesia alla faccenda e lei collaborava, con i suoi pianti e la sua insoddisfazione.

Poi questi primi mesi sono passati, e io ho iniziato a capire come si fa, come funziona, come ricominciare a vivere, nonostante un neonato. Soprattutto, come dare una regola e una routine alla vita in comune. L’allattamento è decollato, le giornate si sono stabilizzate attorno ai cruciali sonnellini, le notti sono continuate a essere un incubo. Ma, piano piano, ci ho fatto l’abitudine.

Ricordo che ho iniziato a scherzarci su, raccontando a un’amica che passavo da una paranoia a un’altra: risolta una preoccupazione, se ne presentava un’altra. Ora mi rendo conto che era anche un modo per occupare il tempo, una via di fuga dal presente, terrificante, di essere faccia a faccia con una neonata. Un’altra via di fuga era uscire, fare, muovermi continuamente tra casa mia e casa di mia madre.

Da più parti mi venivano consigli zen di calma e presenza, addirittura un’amica di famiglia che consigliava di chiudermi in casa con la neonata per tre giorni e tre notti per conoscerci meglio ed entrare in sintonia. Lo trovavo terrificante. Sfuggivo ogni occasione di essere sola al chiuso con la bambina, mi spaventava moltissimo. Lo sentivo al di sopra delle mie possibilità, e forse lo era davvero.

Per fortuna ho trovato delle risorse. Il fatto di vederla così nera, senza mezzi termini e senza infarcimenti, mi ha spinto a uscirne fuori, a trovare delle soluzioni. Una volontaria della LLL mi disse una cosa molto semplice, che però non mi aveva ancora detto nessuno: che una madre ha bisogno di essere nutrita per poter nutrire e prendersi cura del proprio bambino. In qualche modo, aveva finalmente legittimato il mio sentire, la mia frustrazione, il mio bisogno. Non ero matta, allora, a sentirmi così piccola, bisognosa, così figlia. Per niente madre.

Mia madre c’era, e in quel periodo la cercai moltissimo. C’era a suo modo, col suo modo, non sdolcinato, un po’ asciutto, di poche parole, lasciandomi con i miei pensieri e il bisogno di elaborare quest’esperienza travolgente. Però c’era, col bollito di pollo, le mele cotte, il suo modo unico di sistemare il neonato nella carrozzina, di farlo sentire sicuro e a suo agio tra asciugamani arrotolati fino ad addormentarsi, finalmente. C’era a tenere Anita alla televisione, mentre io dormivo in camera sua, sprofondando in sonni senza sogni da cui mi risvegliavo enormemente grata e un po’ stordita. C’era con le sue paure, proiettate su di me senza filtri. C’era con il suo vissuto di madre, con la sua storia di puerperio, con la sua seconda gravidanza in bilico, con il suo bisogno di farsi forza e non cedere alla debolezza, non lamentarsi, non chiedere aiuto. Bisogno che non era il mio, che non è il mio.

Proprio per prendere le distanze da lei e da questo atteggiamento autarchico, che trovo non faccia giustizia al lavoro e al dono che una madre fa all’intera comunità, io ho estremizzato la fatica, acuito il disagio, chiesto ad alta voce di non essere lasciata sola. Mi sono resa conto che il suo atteggiamento era un modo per proteggersi, difendersi dall’apertura morbida in cui ci getta la maternità, sentita e vissuta come una debolezza. Quello che potrebbe essere un momento di passaggio che apre al rinnovamento e attiva nuove potenzialità, viene vissuto come pericoloso, destabilizzante, per sé e per la propria famiglia. Meglio lasciare la madre sola, con la sua fatica, col nostro giudizio, sommersa dall’esperienza e dalle emozioni, a districarsi con un neonato che ‘si è cercata’, in modo che risolva al più presto e con minori danni possibili la situazione, tornando alla normalità.

Raramente le madri trovano persone che permettono loro di attraversare integralmente questo passaggio, accogliendole e contenendole. Sono del resto poche le madri che si concedono il tempo della trasformazione, il rischio di scoprirsi fragili, la possibilità di accettarsi e rinascere.

Con il mio secondo figlio, nel 2013, ero più preparata, ma anche più consapevole di quello che desideravo: un parto in casa (quella era la parte facile) e un puerperio come si deve. Questa volta mi sono resa conto di quanto fossi sola, circondata da persone incapaci di starmi vicino durante il puerperio, inadeguate a sostenermi perché loro in primis bisognose di sostegno. La realtà di questo vuoto è arrivata insieme alla consapevolezza lucida dei miei bisogni. Avevo voglia di donne intorno a me, innanzitutto di mia madre. Un bisogno potente e chiaro, ma lei in quel momento non ce l’ha fatta a raccoglierlo. Altre presenze femminili mi hanno aiutata, ma in maniera discontinua e frammentaria, come è spesso l’assistenza a pagamento.

L’esperienza della maternità mi ha accostato alla figura della Doula, avvicinandomi a bisogni di cui non sapevo l’esistenza. Sono convinta che le donne abbiano bisogno di una madre o di un’amica quando diventano madri, o, in mancanza d’altro, di una Doula. Infatti, spesso non c’è né una madre né un’amica disponibile, fisicamente, ma anche e soprattutto emotivamente. Oggi nella nostra società sembra davvero difficile e oneroso stare vicino a una figlia o a un’amica durante una fase di passaggio, che è poi così breve e delimitata nel tempo. Perché di stare si tratta: stare accanto, stare nella stessa casa, stare in tre invece che a tu per tu con un neonato. Questo mi fa arrabbiare. Che non ci sia una cultura e una pratica diffuse e socialmente riconosciute del prendersi cura della madre, del coccolare, del dare tempo. D’altro canto, spesso sono proprio le neomadri a non riconoscere questo bisogno. Sono circondata da neomamme autosufficienti, felici, realizzate, efficienti. E mi chiedo: fanno finta? Va davvero tutto bene? Sono così scollate dalle proprie emozioni profonde da non riconoscersi in difficoltà? E’ davvero così difficile chiedere aiuto?

9/1/2015