Un buon piano del parto include anche il post-parto

Se aspetti un bambino o hai partorito da poco, avrai sentito anche tu parlare di ‘piano del parto’, quello che le donne in gravidanza possono scrivere e far sottoscrivere in ospedale da ostetriche e medici, per invitarli a rispettare i propri desideri riguardo il travaglio, il parto e il trattamento del neonato nelle primissime ore dopo il parto.

Si parla ancora poco invece del piano per il post-parto, cioè come ti organizzerai con la tua famiglia una volta tornata a casa.

Con la mia prima gravidanza ero preparatissima sul parto e sulla struttura dove partorire, ma del tutto impreparata per quello che mi avrebbe aspettato dopo, nei giorni, settimane e mesi a venire. Dallo shock del dopo mi sto ancora riprendendo!

Ricordati:

PartoPostparto

Ecco i miei 5 punti per un post-parto meno traumatico:

  • Se pensi di voler allattare il tuo bebé, bene! Allattare non è una questione di fortuna, né dipende dalla taglia di reggiseno che hai, o dal fatto se hai o meno il latte. Preparati adeguatamente, cerca di capire cos’è un attacco corretto, come si produce il latte, il meccanismo della suzione, leggi libri sull’argomento, segui un corso preparto dove si parli anche diffusamente di allattamento, frequenta già in gravidanza qualche incontro gratuito della LLL (la Lega del Latte), scegli un ospedale con il rooming-in, leggi questa intervista a una donna che ha insegnato ad allattare a centinaia di altre donne.

 

  • Individua le tue risorse! Fai una lista delle persone che ti potranno dare una mano dopo la nascita di tuo figlio, segnati la loro disponibilità e in cosa ti potranno essere d’aiuto. Potresti aver bisogno di: cibo cucinato, spesa, pulizie domestiche, faccende burocratiche (tessera sanitaria, scelta del pediatra), due braccia in più per farti una doccia o un riposino, supporto con l’allattamento, compagnia, aiuto e intrattenimento con altri figli, ecc.

 

  • Condividi il nido. Se possibile, assicurati la presenza del tuo partner nei primi giorni/settimane di vita di vostro figlio, è fondamentale per partire con il piede giusto e non sentirti sola in questa avventura.

 

  • Tu sei la regina! Metti in conto di viaggiare tra il divano e il letto per almeno la prima settimana dopo il parto, in modo che il tuo corpo possa recuperare appieno e tu possa dedicarti solo a te stessa e al tuo bambino. Prepara il tuo partner e la tua famiglia a supportarti in questa fase. Se non lo pianifichi con anticipo, sarà difficile concedertelo dopo.

 

  • Prenditi cura di te. Fai una lista delle cose che ti piacciono, cibo, letture, musiche, persone, da regalarti durante il puerperio. Tutti portano doni per il neonato, ma quella che merita un regalo sei soprattutto tu!

 

Grazie a Cecilia e Silvia de Il parto positivo per l’immagine.

Di madre in figlia

Periodicamente rifletto sul mio essere figlia e su come sia imprescindibile dal mio essere madre.

E’ come se da quando sono diventata madre, fossi ridiventata figlia, in maniera più potente e più limpida. Nel senso che il puerperio mi ha messo davanti alla cruda realtà dei miei bisogni, in primis il bisogno di essere accudita e curata, possibilmente da una donna, possibilmente da mia madre.

Ora per fortuna quel periodo così scioccante, per il modo in cui sa metterti a nudo, è lontano. Ma mi ha lasciato questo legame rinnovato con mia madre, rinnovato dall’essermi sentita così figlia in un momento unico della vita, quello in cui si diventa madre.

Matrioska

Così, per parlar chiaro, succede che mia madre per i suoi 70 anni parte per un mese a Varsavia, da sola, per seguire un concorso di pianoforte. E che io mi sento di doverla, o meglio di volerla accompagnare per aiutarla con le valigie e la sistemazione.

Questa partenza però è alla vigilia del quarto compleanno di mia figlia. Io cerco in tutti i modi di conciliare le due cose, ma alla fine devo rinunciare a partire. Sono pur sempre una madre e il mio primo sguardo dovrebbe andare ai miei figli (ah-ah!).

Questa è la riprova che non sempre è così. Che non c’è un senso unico nelle cose, neppure nella maternità.

Ma soprattutto, la grande scoperta è lo spazio dilatato dei miei affetti. C’entra dentro mia madre, ma anche i miei figli, mio padre ma anche Alberto.

Sperimento che posso essere felice davvero di essere rimasta e festeggiare il compleanno di Anita, ma anche dentro di me vivere un piccolo lutto, nel senso che i primi giorni mia madre mi manca tantissimo.

Poterla vedere in televisione durante la diretta streaming è una cosa strana dei tempi moderni. Vedo com’è vestita, che cosa fa, se applaude. Poi ci sentiamo al telefono e commentiamo.

Una parte di me è sdegnata, quasi offesa di non poter essere lì con lei. E siccome sono una tipa che non se le racconta, questa parte esce fuori spesso ed è potente.

Ma sono contenta che questa volta le circostanze non mi hanno permesso di seguirla (seguire mia madre e seguire la mia indole di figlia).

Perché sperimento la distanza, la vita attraverso la lontananza, la possibilità di sentirmi vicina restando nella mia vita vera, nella mia casa vera, nella mia famiglia.

E felice per mia madre, che per la prima volta a 70 anni fa un viaggio vero da sola, e se la sta godendo alla grande.

Felice che mi abbia insegnato a discernere, seguire e ascoltare ciò che amo, sempre, senza infingimenti.

P.S. Questi pensieri mi sono stati ispirati anche dalla morte ieri della regista Chantal Akerman, di cui non sapevo niente fino a ieri, la cui produzione è ruotata intorno alla figura di sua madre, sopravvissuta a Auschwitz. Qui un bell’articolo uscito sul Manifesto.

 

 

Come sono divenuta ciò che sono

Posso dire di me che sono entrata nella maternità nel momento in cui sono rientrata a casa dall’ospedale con la mia prima figlia, a ottobre del 2011. La gravidanza, il parto e i primi giorni in ospedale rappresentano una bolla da cui sono uscita tornando a casa. Fino ad allora avevo vissuto tutta la storia come un idillio e da vera incosciente, occupandomi di aspetti e questioni che dopo mi sarebbero sembrate irrisorie e irrilevanti. Cerco di ritornare ai miei pensieri del prima, alle mie aspettative, alle mie paure, ma non riesco a ricordare niente, credo di non averne avuti. Per questo dico che ero una vera incosciente.

IMG_1019Tornando a casa, noi tre, è incominciato il periodo più duro della mia vita. Nessuno mi aveva preparato a questo, o forse non ero stata attenta ai segnali, non avevo ascoltato alcuni cenni. Mi arrabbiai molto con le mie amiche del corso preparto, che avevano partorito poco prima di me. Tutte raccontavano l’idillio, intortavano la storia con fiocchi e zucchero. Nessuna che mi avesse detto che non avrei avuto il tempo di fare pipì, di sederci insieme a un tavolo per cenare, di fare una doccia, di stare da sola. Per i primi due – tre mesi la fatica e lo stupore hanno occupato tutto il mio tempo e spazio mentale. Ero arrabbiata, frustrata, insoddisfatta. Mia figlia era lungi dall’essere una ricompensa a tutto questo, la vedevo come un’estranea, non la riconoscevo come mia figlia. La mia vena critica illuminista contribuiva a togliere ogni possibile poesia alla faccenda e lei collaborava, con i suoi pianti e la sua insoddisfazione.

Poi questi primi mesi sono passati, e io ho iniziato a capire come si fa, come funziona, come ricominciare a vivere, nonostante un neonato. Soprattutto, come dare una regola e una routine alla vita in comune. L’allattamento è decollato, le giornate si sono stabilizzate attorno ai cruciali sonnellini, le notti sono continuate a essere un incubo. Ma, piano piano, ci ho fatto l’abitudine.

Ricordo che ho iniziato a scherzarci su, raccontando a un’amica che passavo da una paranoia a un’altra: risolta una preoccupazione, se ne presentava un’altra. Ora mi rendo conto che era anche un modo per occupare il tempo, una via di fuga dal presente, terrificante, di essere faccia a faccia con una neonata. Un’altra via di fuga era uscire, fare, muovermi continuamente tra casa mia e casa di mia madre.

Da più parti mi venivano consigli zen di calma e presenza, addirittura un’amica di famiglia che consigliava di chiudermi in casa con la neonata per tre giorni e tre notti per conoscerci meglio ed entrare in sintonia. Lo trovavo terrificante. Sfuggivo ogni occasione di essere sola al chiuso con la bambina, mi spaventava moltissimo. Lo sentivo al di sopra delle mie possibilità, e forse lo era davvero.

Per fortuna ho trovato delle risorse. Il fatto di vederla così nera, senza mezzi termini e senza infarcimenti, mi ha spinto a uscirne fuori, a trovare delle soluzioni. Una volontaria della LLL mi disse una cosa molto semplice, che però non mi aveva ancora detto nessuno: che una madre ha bisogno di essere nutrita per poter nutrire e prendersi cura del proprio bambino. In qualche modo, aveva finalmente legittimato il mio sentire, la mia frustrazione, il mio bisogno. Non ero matta, allora, a sentirmi così piccola, bisognosa, così figlia. Per niente madre.

Mia madre c’era, e in quel periodo la cercai moltissimo. C’era a suo modo, col suo modo, non sdolcinato, un po’ asciutto, di poche parole, lasciandomi con i miei pensieri e il bisogno di elaborare quest’esperienza travolgente. Però c’era, col bollito di pollo, le mele cotte, il suo modo unico di sistemare il neonato nella carrozzina, di farlo sentire sicuro e a suo agio tra asciugamani arrotolati fino ad addormentarsi, finalmente. C’era a tenere Anita alla televisione, mentre io dormivo in camera sua, sprofondando in sonni senza sogni da cui mi risvegliavo enormemente grata e un po’ stordita. C’era con le sue paure, proiettate su di me senza filtri. C’era con il suo vissuto di madre, con la sua storia di puerperio, con la sua seconda gravidanza in bilico, con il suo bisogno di farsi forza e non cedere alla debolezza, non lamentarsi, non chiedere aiuto. Bisogno che non era il mio, che non è il mio.

Proprio per prendere le distanze da lei e da questo atteggiamento autarchico, che trovo non faccia giustizia al lavoro e al dono che una madre fa all’intera comunità, io ho estremizzato la fatica, acuito il disagio, chiesto ad alta voce di non essere lasciata sola. Mi sono resa conto che il suo atteggiamento era un modo per proteggersi, difendersi dall’apertura morbida in cui ci getta la maternità, sentita e vissuta come una debolezza. Quello che potrebbe essere un momento di passaggio che apre al rinnovamento e attiva nuove potenzialità, viene vissuto come pericoloso, destabilizzante, per sé e per la propria famiglia. Meglio lasciare la madre sola, con la sua fatica, col nostro giudizio, sommersa dall’esperienza e dalle emozioni, a districarsi con un neonato che ‘si è cercata’, in modo che risolva al più presto e con minori danni possibili la situazione, tornando alla normalità.

Raramente le madri trovano persone che permettono loro di attraversare integralmente questo passaggio, accogliendole e contenendole. Sono del resto poche le madri che si concedono il tempo della trasformazione, il rischio di scoprirsi fragili, la possibilità di accettarsi e rinascere.

Con il mio secondo figlio, nel 2013, ero più preparata, ma anche più consapevole di quello che desideravo: un parto in casa (quella era la parte facile) e un puerperio come si deve. Questa volta mi sono resa conto di quanto fossi sola, circondata da persone incapaci di starmi vicino durante il puerperio, inadeguate a sostenermi perché loro in primis bisognose di sostegno. La realtà di questo vuoto è arrivata insieme alla consapevolezza lucida dei miei bisogni. Avevo voglia di donne intorno a me, innanzitutto di mia madre. Un bisogno potente e chiaro, ma lei in quel momento non ce l’ha fatta a raccoglierlo. Altre presenze femminili mi hanno aiutata, ma in maniera discontinua e frammentaria, come è spesso l’assistenza a pagamento.

L’esperienza della maternità mi ha accostato alla figura della Doula, avvicinandomi a bisogni di cui non sapevo l’esistenza. Sono convinta che le donne abbiano bisogno di una madre o di un’amica quando diventano madri, o, in mancanza d’altro, di una Doula. Infatti, spesso non c’è né una madre né un’amica disponibile, fisicamente, ma anche e soprattutto emotivamente. Oggi nella nostra società sembra davvero difficile e oneroso stare vicino a una figlia o a un’amica durante una fase di passaggio, che è poi così breve e delimitata nel tempo. Perché di stare si tratta: stare accanto, stare nella stessa casa, stare in tre invece che a tu per tu con un neonato. Questo mi fa arrabbiare. Che non ci sia una cultura e una pratica diffuse e socialmente riconosciute del prendersi cura della madre, del coccolare, del dare tempo. D’altro canto, spesso sono proprio le neomadri a non riconoscere questo bisogno. Sono circondata da neomamme autosufficienti, felici, realizzate, efficienti. E mi chiedo: fanno finta? Va davvero tutto bene? Sono così scollate dalle proprie emozioni profonde da non riconoscersi in difficoltà? E’ davvero così difficile chiedere aiuto?

9/1/2015

Percorsi formativi nel sostegno alla maternità

Durante il corso per diventare consulente alla pari in allattamento ho avuto occasione di confrontarmi con tante donne, non solo madri, che come me stanno cercando una strada lavorativa nell’ambito del sostegno alla maternità, alla relazione madre-bambino e più in generale alla genitorialità.

Ostetriche, doule, educatrici perinatali, counsellor, insegnanti di massaggio infantile, consulenti del portare, consulenti in allattamento: sono tante le figure professionali che operano oggi nell’ambito della maternità.

L’evento dell’attesa e della nascita di un figlio possono sconvolgere le abitudini, i desideri, le certezze di una donna, portando con sé un bisogno emotivo ma anche conoscitivo di confronto e di rassicurazione. Non sempre si ha la fortuna e la possibilità di incontrare persone competenti che operano in questo ambito e che possono fare la differenza nell’andamento di una gravidanza e dei primi mesi e anni dopo la nascita di un figlio.

In alcuni casi si tratta di un vero e proprio business, che fa presa su un momento molto fragile e permeabile nella vita di una donna e di una famiglia. Ma in molti altri casi a muovere queste donne è l’esigenza profonda di condividere e restituire la consapevolezza e il sapere conquistati nella propria esperienza di maternità, quasi a tessere nuovamente quella rete femminile di sostegno e di competenze comuni che nella nostra società si è ormai persa.

Eccomi quindi a dar conto di alcuni dei percorsi di formazione per chi desidera operare in questo campo.

SCUOLA DEI 1000 GIORNI DEL MELOGRANO 

L’Associazione nazionale Il Melograno ha inaugurato a Varese nel 2012-2013 la prima edizione del Master esperienziale in “Arte del Maternage. Interventi nuovi e antichi saperi per accompagnare la maternità, la nascita e i primi anni di vita dei bambini e delle bambine”. Il percorso dura due anni (450 ore) e si articola in 14 incontri a cadenza mensile, 150 ore di tirocinio, 50 ore di studio individuale. Il diploma, che si consegue dopo discussione di una tesina finale, abilita all’iscrizione al Registro delle Operatrici Melograno ed è un prerequisito per essere inserite come operatrici in una sede già aderente all’Associazione Nazionale Il Melograno o per aprire una nuova sede affiliata. Parte integrante del percorso sono i Sabati del villaggio, occasioni per incontrare e dialogare con figure chiave nella cultura femminile, da Verena Schmid a Lella Costa, da Ibu Robin Lim a Grazia Honegger Fresco. La seconda edizione del master in partenza a novembre 2013 si terrà a Roma e il costo sarà di 2800 euro. Qui il programma e l’elenco degli insegnanti.

DOULA E PARAMANA DOULA

Sono diverse le associazioni che offrono corsi per diventare doula. Si sta formando una rete nazionale per condividere almeno una carta etica comune, in attesa del riconoscimento della figura professionale di Doula.

Milano Laura Verdi dirige la scuola per diventare doule di parto e post parto dell’ADI (Associazione di categoria Doule Italia). Il percorso si articola in uno o due anni: il primo è suddiviso in 9 incontri + l’esame finale, e prepara a essere doula post parto; il secondo si concentra sul travaglio e il parto. La tecnica usata per il lavoro su di sé è il Rebirthing.

La Scuola delle Doule di Ecomondo Doula, è itinerante, va dove c’è richiesta (Pisa, Faenza, Udine, Mestre, Genova, Roma). Il corso si articola in 8 moduli della durata ciascuno di un weekend con cadenza mensile, il costo è di circa € 1600. A caratterizzare l’approccio di questa scuola è la tecnica della Gestalt, utilizzata per il lavoro su di sé, parte fondamentale del percorso formativo.

L’associazione Le 13 Doule propone un percorso articolato in 9 finesettimana a Bassano del Grappa (Vi). Dal 19 al 25 giugno 2013 sempre a Bassano del Grappa, in collaborazione con il Dona Circle of Doulas, l’associazione organizza un workshop internazionale con Debra Pascali Bonaro e Verena Schmid. Il costo del workshop è di € 1573 (compresi i pranzi e alcune cene, escluso il pernottamento).

Michel Odent e la doula inglese Liliana Lammers tengono in varie città europee workshop di tre giorni sul tema della nascita e del parto naturale, al termine dei quali viene rilasciato l’attestato di Paramana Doula, riconosciuto a livello internazionale. In Italia è Clara Scropetta a occuparsi dell’organizzazione di questi seminari residenziali; quest’anno il tema della tre giorni, che si svolgerà sull’Appennino Tosco-Emiliano dal 27 al 30 giugno, è “Nascita, amore e civiltà. Le basi per comprendere la fisiologia prima, durante e dopo il parto“. Noi ci andremo, col pancione e la famiglia al seguito, poi vi racconto!

EDUCATRICE PRENATALE, NEONATALE E PERINATALE 

Il Mipa, fondato da Piera Maghella nel 1985, propone una Formazione per Educatrice Perinatale molto flessibile. Infatti, è possibile accumulare almeno 150 ore di formazione nell’arco di 3-4 anni frequentando 7 tra i corsi offerti nell’ambito della gravidanza e della nascita, che si svolgono di solito dal venerdì alla domenica a Montegrotto Terme (Padova). Un singolo corso costa in media € 250 + Iva. Al termine del percorso si ottiene la qualifica di Educatrice Perinatale.

L’ANEP (Associazione Nazionale per l’Educazione Prenatale), che ha sede a Milano ma anche diverse filiali in Italia, offre una formazione in educazione prenatale e perinatale della durata di 192 ore complessive suddivise in 12 finesettimana. La sede del corso è Milano, il costo è € 2400,00 + € 30,00 di quota associativa annuale. E’ possibile frequentare l’intero percorso per diventare “Prenatal Tutor”, ma anche singoli weekend.

L’Università di Padova offre due percorsi di formazione per educatore prenatale e neonatale, uno aperto anche ai non laureati. La differenza tra i due corsi sembra essere minima anche nel prezzo: € 548,12 e 10 crediti formativi quello per non laureati, € 653,12 e 12 crediti formativi quello per laureati. Dal sito non sono chiari la struttura e i contenuti del corso, quindi chi fosse interessato può rivolgersi ai responsabili.

FORMAZIONI COMPLEMENTARI

Consulente del portare – In Italia esistono due scuole per diventare consulente del portare: a Milano Portare i piccoli (PIP), diretta da Esther Weber e in via di riorganizzazione.

Roma la Scuola del Portare (attiva anche in altre città italiane), tenuta da Antonella Gennatiempo e organizzata in 2 moduli da 28 ore ciascuno più la certificazione (altre 24 ore); Il costo totale è di € 790.

Insegnante di massaggio infantile – L’Associazione Italiana Massaggio Infantile (AIMI) propone in diverse città italiane un corso articolato in 4 giornate. Per conseguire il Diploma di abilitazione all’insegnamento del Massaggio Infantile occorre presentare entro 4 mesi un elaborato scritto. Il costo del percorso è di € 515 + €  55 di quota associativa valida per un anno.

Anche il Mipa organizza un corso di 2 giorni e mezzo, nel weekend, a Montegrotto Terme (Pd) del costo di € 250 + Iva.

Chiedo a tutte coloro che hanno seguito uno o più dei percorsi qui descritti di condividere la loro esperienza nei commenti!

Allattamento, l’importanza di chiedere aiuto

Sto seguendo il corso di allattamento su modello OMS/Unicef tenuto da Tiziana Catanzani e organizzato dalle mamme del Gruppo allattiamo a Faenza (GAAF).

Il fatto incoraggiante e al tempo stesso paradossale è che l’allattamento sia oggi una vera e propria scienza, da studiare, migliorare e insegnare.

Incoraggiante, perché, grazie all’impegno di persone come Tiziana, abbiamo una speranza di uscire dal buco nero del latte artificiale e dello svezzamento precoce, con tutte le conseguenze negative che queste pratiche indotte hanno comportato sulla nostra salute e sulla nostra società.

Paradossale, perché i dubbi e l’ignoranza che circondano l’allattamento materno lo rendono una pratica da scegliere e imparare, e non il primo gesto naturale da fare con un neonato. Non solo. L’allattamento è una pratica che richiede nella maggior parte dei casi grande motivazione e diffusa informazione, perché sono pochi i casi in cui tutto fila liscio.

Per tutto il corso mi sono chiesta come fosse allattare per Tiziana Catanzani. Sono una che tende a idealizzare e pensavo che per lei fosse una passeggiata al quinto figlio e con tutta la sua esperienza. E invece, a fine corso, Tiziana ci ha raccontato dei problemi avuti in quest’ultima esperienza di allattamento, della rara conformazione della lingua del suo bebè (un frenulo corto non immediatamente riconosciuto), delle ragadi e della grande fatica.

E’ sano, prima di giudicare, ricordare che, nonostante tutta la motivazione e le informazioni, non è detto che una madre riesca ad allattare. Il più delle volte i problemi sono riconoscibili, e per questo è fondamentale alle prime difficoltà chiedere aiuto a persone realmente competenti (consulenti IBCLC, volontarie della LLL o mamme alla pari formate in allattamento). In questo modo si può correre ai ripari e recuperare subito situazioni partite male, come nei casi di introduzione precoce dell’aggiunta, separazione prolungata di madre e neonato, bimbi prematuri che fanno fatica ad attaccarsi…

Ma in rari casi, anche ad allattamento avviato, ci possono essere delle difficoltà apparentemente inspiegabili, o semplicemente dovute al carattere del bambino e della mamma. Mia figlia verso i due mesi ha iniziato ad attaccarsi e staccarsi piangendo e rifiutando il seno, e nessuno è riuscito a capire qual era il problema. E’ andata avanti così per due mesi, frustrando le mie aspettative che vedevano nell’allattamento un momento di incontro tra madre e figlio. O meglio, come mi disse un’ostetrica un po’ rude, sempre di incontro si trattava, ma non sempre gli incontri sono piacevoli. Ci ritrovavamo la notte, quando nel dormiveglia finalmente allattare era un’attività serena e pacifica.

Come ho fatto a non cedere all’aggiunta? Non lo so, forse per pigrizia e per economia. Un po’ come con l’autosvezzamento. L’idea di introdurre un elemento artificiale, che necessitava di una preparazione e conservazione aggiuntiva, mi stressava ancora di più. E la bambina per fortuna ha continuato a crescere il minimo indispensabile per tenere buona la pediatra, che ringrazio per aver fatto un passo indietro e saputo aspettare.

Da questa esperienza so che ogni caso è a sé e le risorse interiori ed esterne variano da madre a madre. Tutte perciò hanno il diritto di essere sostenute e non giudicate nelle proprie scelte. Io personalmente non credo che avrei resistito a dovermi tirare il latte per mesi, come tante madri eroiche fanno. La vita con un neonato è già abbastanza faticosa!

Due sono state le cose che mi hanno ripagato della frustrazione: il primo sorriso di mia figlia mentre allattava, e il mio compagno, che a posteriori mi ha detto: – “Non credevo che saresti riuscita a resistere”.

Tiziana Catanzani è autrice assieme a Paola Negri di Allattare, un gesto d’amore, un manuale pratico utilissimo per chi allatta o vuole allattare. L’ultimo suo libro, Lavoro e allatto, affronta estesamente le esigenze di chi torna a lavorare ma desidera continuare ad allattare. Di entrambi i libri ho già scritto qui. Tiziana è anche madre di 5 figli, l’ultimo di 2 mesi e mezzo, portato e allattato durante il corso, a riprova che una vita e una professione con dei figli è possibile.

Il Gruppo allattiamo a Faenza (GAAF) promuove e sostiene l’allattamento attraverso l’autoaiuto, le consulenze individuali e diverse altre iniziative, pubblicate sul suo blog.

Secondo figlio, che cosa mi aspetto?

Sto ancora cercando di capire che cosa non è andato nei primi mesi con la mia prima figlia, che ora ha 18 mesi.

Ho vissuto malissimo la fatica, i risvegli notturni, i problemi con l’allattamento, la solitudine.

Ci ho messo almeno sei mesi per dire anch’io: – “Avere un figlio è bellissimo, questa bambina è la cosa più bella del mondo”. Le mie amiche lo dicevano dopo neanche un mese dal parto e io tuttora non le capisco.

E sono convinta che molte madri non dicono la verità, che far finta che vada tutto bene è un atteggiamento molto diffuso, che alla lunga non fa bene a nessuno. Probabilmente perché pensano che nessuno le ascolterà, che nessuno si farà carico del loro disagio. E non hanno tutti i torti, purtroppo.

Lo scrivo alla vigilia dell’uscita nelle sale del film “Tutto parla di te“, di Alina Marazzi, una storia inedita che racconta la maternità, il parto, il puerperio, ma soprattutto la depressione. Non vedo l’ora di vederlo. E c’è anche un progetto in rete ispirato al film, dove raccontare le nostre storie di maternità, nel bene e nel male, “Tutto parla di voi“, anche su FB.

Le mamme che non si lamentano dicono che è tutta questione di aspettative, che basta non averne o ridimensionarle. Ecco, io dico che è impossibile non avere delle aspettative, che siamo esseri umani ed è normale e sano avere delle aspettative, anche se al dunque rimangono disattese e deluse. Mi arrabbierò, mi lamenterò a oltranza, ma vivaddio, non sarò una madre perfetta e i miei figli impareranno a non sentirsi in colpa quando si lamentano un po’.

Ho pensato che questa volta potrebbe aiutarmi capire quali sono le mie aspettative con questo secondo bambino che deve arrivare, dirle, portarle a coscienza, osservarle. E poi vedere quali azioni posso intraprendere per realizzarle, se ne vale la pena, o per accantonarle, se sono davvero così irrealistiche.

Eccole qui.

1) Vorrei un parto naturale fino in fondo, senza separazione traumatica dal bambino, perché credo che quelle prime ore dopo la nascita siano fondamentali e preziose per creare un legame a prova di fatica e di frustrazione. Con la mia prima figlia ci siamo incontrate dopo due ore, e forse questo ha contribuito a rendermela estranea, a non riconoscerla.

2) Mi illudo che non ci sarà il caos emozionale e fisico del primo postparto. Ho dei ricordi vaghi dei primi giorni, ma ricordo che con mio marito non avevamo tempo di mangiare seduti insieme, che rinunciavo a fare pipì, che organizzarsi per uscire di casa era un’impresa.

3) Mi aspetto che pretenderò meno da me stessa e accetterò di buon grado di non dover/poter far molto altro che allattare e stare con i bambini nelle prime settimane. Spero che non mi prenda la frenesia di fare, uscire, andare al ristorante, in autobus, in giro per negozi. In questo, il parto previsto a inizio agosto mi aiuterà, spero!

4) Vorrei che le persone che avrò intorno mi aiutino davvero a non fare ‘niente’ e a starmene col mio bebè e con la mia bambina, per qualche settimana.

5) Continuo a illudermi che le notti non saranno così interrotte e sfiancanti, e che almeno durante il giorno ci sia qualche momento di tregua. Mi aspetto un bambino che dorme e mangia, ahahahah!

6) Mi aspetto che mio marito non vada nel pallone e si dilegui, che anzi si prenda cura di me, ma soprattutto si faccia carico di Anita, la intrattenga e la faccia sentire parte di una fatica e di un progetto più grandi, quelli della sua famiglia.

7) Mi aspetto che Anita la prenda bene, non si senta usurpata, messa da parte, abbandonata, che non mostri indifferenza ma neppure sentimenti negativi. Povera lei!

E voi? Quali erano le vostre aspettative nell’idillio della gravidanza? Come è andata?

Autosvezzamento, la nostra esperienza

Grazie a Konstantina di Iriderama, miniera di idee innovative, in una serata d’estate a Dobbiaco, qualche mese prima di partorire, ho sentito parlare di ‘baby led weaning’, in italiano ‘svezzamento guidato dal bambino’ o autosvezzamento. Anche prima di allora mi chiedevo se fosse proprio necessario incominciare lo svezzamento con le pappe. La sola idea di mettermi a bollire e a frullare tutti i giorni mi angosciava, per non parlare della consistenza per me nauseabonda del risultato finale.

Quindi, non ci è voluto niente a convincermi. Mi sono informata un po’ in rete sul forum del sito inglese e ho letto il libro di Lucio Piermarini, ma non c’è molto da sapere, basta farsi guidare dal bambino, appunto. Ora esiste anche una community italiana.

Quando incominciare – L’OMS raccomanda di non introdurre cibi diversi dal latte materno fino ai 6 mesi di vita del bambino. Può essere un po’ prima o un po’ dopo, ogni bambino mostrerà la sua curiosità nei confronti del cibo con i suoi tempi, e quando questo accade sarà inequivocabile!

Come incominciare – Quando potrà stare seduto, fate stare il bambino a tavola con voi durante i pasti. Mangiare è innanzitutto un rito sociale, questa abitudine prima ancora del cibo dovremmo trasmettere a nostro figlio. Piano piano inizierà a imitarvi e crescerà in lui la curiosità di assaggiare quello che state mangiando. Noi non abbiamo seguito le indicazioni della ‘scuola inglese’, che sostiene che il bambino non andrebbe mai forzato a mangiare né imboccato. Noi abbiamo offerto il cibo, lasciato che Anita lo prendesse con le mani, imboccato con il cucchiaino, imboccato con le mani, ecc. ecc.

Come procedere – Il presupposto è che il latte materno rimanga l’alimento principale almeno fino a un anno di vita, mentre il cibo è alimento complementare. Se si condivide questa prospettiva, ci si rilassa e si accetta anche che il cibo sia scoperta, sperimentazione, gioco, rifiuto. Non occorre introdurre i cibi o evitare alcuni cibi presunti allergizzanti, a meno che non ci siano casi di allergie a quel cibo in famiglia. In tal caso, procedere con più cautela e aspettare magari qualche mese. Il fatto che il bambino non abbia ancora messo i denti non è un buon motivo per non offrigli cibi solidi. Le gengive sono fortissime, provare per credere.

Sì, ma in pratica, quando e quanto mangerà il mio bambino?” – Alla faccia dell’autosvezzamento, quando poi un bambino sembra non volerne sapere del cibo che gli mettiamo nel piatto, non è per niente semplice rilassarsi e accettare la sua volontà. Scatta un riflesso materno che magari non pensavate di avere, ma c’è ed è legato al nutrimento. Se il bambino non mangia, è difficile non andare in crisi. “Quando smetterà di bere così tanto latte e inizierà a mangiare cibo vero?”, “Ma avrà mangiato abbastanza?”, “Arriverà il momento che farà un vero pasto?”, queste sono solo alcune delle domande che mi hanno assillato tra i 6 e i 10 mesi di Anita. E la tentazione di prenderla per fame togliendogli le poppate è dietro l’angolo. Quando mi sono rivolta a un pediatra privato esperto in nutrizione (e contrario all’autosvezzamento), lui mi ha rassicurato dicendomi che non era necessario togliere le poppate, che il bambino piano piano avrebbe mangiato di più diminuendo naturalmente le poppate. E in effetti così è stato.

Verso i nove/dieci mesi, in estate, Anita ha incominciato a mangiare con più appetito, il mare e la montagna le fanno venire fame, a pranzo mangia più che a cena, se sta male non ha molta fame. Ci sono giorni in cui mi sembra che non mangi niente, ma se valuto l’intera settimana mi rendo conto che c’è un riequilibrio continuo e che Anita compensa giorni in cui mangia poco con giorni in cui mangia di più. Insomma, è vero che sa regolarsi da sola.

Le difficoltà – Mamme, suocere, pediatri spesso sono un po’ prevenuti, non vale la pena stare a spendere tante parole per spiegare la ‘filosofia’ del bambino al centro e dell’autosvezzamento. Meglio farsi invitare a cena e dare loro la soddisfazione di un bambino che mangia (quasi) tutto con gusto, leccandosi le mani, assaporando i sapori e le consistenze. Anita ha conquistato la nonna addentando un pomodoro maturo. Non è servito altro! La difficoltà più grande però è la paura che si strozzi. Il fatto che il bambino tossisca è positivo, è un meccanismo di difesa dal rischio di soffocare. Per questo è importante che sia il bambino a gestire il boccone di cibo che ha in bocca.

I vantaggi – Oltre al piacere che dà guardare un bambino che mangia con gusto, il vantaggio principale è che non bisognerà svezzare nostro figlio due volte, la prima al cibo, la seconda al cibo solido, come invece è costretto a fare chi segue lo svezzamento tradizionale.

In ogni caso, ecco alcuni cibi con una consistenza secondo me adatta ai primi mesi di autosvezzamento: polenta (morbida o del giorno dopo), pasta corta, risotto, patate, zucca, rape, carote cotte, finocchi cotti, zucchine, polpette, formaggio morbido, frutta cotta, banane, yogurt, ecc.

Poche regole ma importanti – Niente sale né zucchero. Niente miele e niente latte vaccino fino a un anno di età. Guardatevi su youtube la manovra antisoffocamento e se ne avete la possibilità frequentate un corso di primo soccorso (spesso organizzati dalla Croce Rossa). Magari non vi servirà, ma meglio sapere come si fa.

Uno strappo alla regola? – Un gelato ogni tanto non fa male a nessuno e ha una consistenza perfetta per un lattante. Meglio scegliere i gusti di frutta senza latte all’inizio. Anche il cono è a misura di lattante, perché si ammorbidisce piano piano in bocca. Lasciategli tenere il cono da soli, dà grandi soddisfazioni e sviluppa importanti competenze! Il passeggino si può lavare 😉

 

Portare in inverno, come vestirsi senza svenarsi

Normalmente il bambino si porta sotto il giaccone per potersi muovere più agevolmente e tenerlo a contatto con il nostro corpo. Ma la giacca con sotto il bebè non si chiude, quindi, come ovviare al problema del freddo e del vento?

Nei paesi nordici, dove è più diffusa l’abitudine di portare i piccoli, le mamme portatrici indossano spesso un giaccone di taglia più grande o prendono in prestito una giacca dal marito. La mia esperienza però è che dopo nove mesi di un corpo sempre più rotondo e di vestiti sformati, avevo voglia di tornare a indossare vestiti della mia taglia e giacche femminili. A suo tempo decisi di acquistare un piumino 3/4 della Sweet Mommy con un inserto per portare davanti o dietro. Togliendolo, resta un elegante giaccone che continuo a usare quando non porto (prezzo circa 230 euro).

Ma lo scorso weekend a Berlino ho scoperto Kumja, una piccola azienda tedesca che produce estensori per qualunque tipo di giacca da usare sia in gravidanza sia per portare! Ad averlo saputo prima…

Ho visto l’estensore dal vivo ed è veramente ben fatto e caldo (l’interno è in lana), è lungo 70 cm, quindi si adatta perfettamente a una giacca 3/4, ripiegato anche a una giacca più corta. L’idea è semplice: è un rettangolo di stoffa imbottita nera del tessuto esterno dei piumini con ai 2 lati una chiusura lampo. Per montarsi su una qualunque giacca ha bisogno di due strisce di tessuto con una chiusura lampo su ogni lato (adattatore). Si può usare anche su più giacche cambiando solo gli adattatori. Il prezzo totale è di circa 40 euro. L’unica difficoltà è trovare l’adattatore con la chiusura lampo che combaci con la propria, ma sul sito ci sono informazioni dettagliate (per ora purtroppo solo in tedesco) e foto esplicative.

E i bambini, come li vestiamo? Senza giacca, perché sono già sotto la nostra. Ma infilandoli nella fascia il golf si tira su, i calzoni salgono alle ginocchia, e loro si ritrovano mezzi spogliati. Sempre a Berlino ho scoperto la MaM, un’azienda finlandese che fa prodotti fantastici per le mamme e i loro bambini (anche una giacca e tanti accessori per portare), pensati per durare nel tempo. Hanno creato una linea di abbigliamento per bambini che si chiama Many Months, pensata per durare non i soliti 3 mesi delle altre marche, ma 18 mesi, ovvero un anno e mezzo! Noi abbiamo comprato dei leggins di lana merino caldi, morbidi, che non fanno i pelucchi e che non salgono quando infilo la pupa nella fascia, perché hanno un morbido elastico alla caviglia. Avevo provato anche i leggins di Disana, ma trovo che siano pessimi in confronto (si tirano su, si sbrillentano e fanno tanti pelucchi). Sempre di MaM abbiamo preso un body di lana merino che ha la mutanda staccabile o regolabile su due altezze, in modo da continuare a usarlo via via che il bebè cresce.

Pannolini lavabili per tutti (anche per le mamme lavoratrici)

Quando mi sono avvicinata al mondo dei pannolini lavabili ho chiesto alle mie amiche già mamme perché non avevano mai provato a usarli. Per me una volta accettata l’idea di provarli, è stato facile. Sono molto meno complicati di quanto pensassi. Ma una di loro non tanto amica mi ha risposto: “Perché non lavori! Se fossi una mamma che lavora non avresti proprio il il tempo!”

E così eccomi a sfatare l’immagine che usare i pannolini lavabili sia un’immane fatica e perdita di tempo.

Scelta – La parte più complicata per me è stato orientarmi nella scelta. Ci sono diversi modelli, differenti tessuti e combinazioni. Mi è servito poter usare un kit di prova prestatomi da Barbara di Ecoalma. Se abitate nei dintorni di Treviso potrete chiedere a lei. Ma in molte città stanno nascendo delle pannolinoteche (per es. a Roma), per permettere alle mamme di trovare i pannolini più adatti ai propri bambini. Queste sono le variabili da valutare: vestibilità e praticità del modello, tempo di asciugatura, tessuto a contatto con la pelle, tenuta.

Modelli – Io mi sono orientata verso due modelli: Pocket a tasca per il giorno e Fitted + Mutanda per la notte. Ho anche provato alcuni Pieghevoli con il nappi, ma non facevano per me, troppo complicati.

Tessuto – Per quanto riguarda il tessuto a contatto con la pelle, bisogna tenere presente che il pile drena la pipì lasciando la pelle asciutta, mentre il cotone e il bambù a contatto con la pelle la lasciano bagnata, anche se sono più assorbenti. Sulla pelle di mia figlia si è rivelato meno irritante il pile rispetto al bagnato di una pipì magari acida, quindi anche quando uso i pannolini Fitted di bambù per la notte (che sono molto assorbenti), metto un velo di pile tra il pannolino e la pelle.

Marche – Per il giorno con i pannolini pocket Bumgenius mi sono trovata benissimo, sono di ottima qualità e molto belli. Certo, costano. Ho provato anche i pocket Pallino e Sunny di Natuarlmamma, molto più economici, ma nella mia esperienza inaffidabili (probabilmente per via del cavallo stretto da cui esce la pipì). Per la notte mi sono trovata molto bene con gli Hippy Nappy di Naturalmamma, pocket con un’ottima tenuta. Li alterno ai Bamboozle della Tots Bots, tutti in bambù (quindi uso un velo di pile a contatto con la pelle), e agli Easy Peasy Bumble con i bottoncini, che invece hanno il pile a contatto con la pelle. Questi due ultimi modelli, essendo Fitted, necessitano di una mutanda impermeabile di PUL (consiglio di prendere una taglia comoda, perché non devono stringere per evitare l’effetto spugna) o meglio ancora di lana (fantastica per l’inverno, tiene la pancia calda, è del tutto traspirante pur essendo impermeabile, richiede un po’ più di cura, ma dà grande soddisfazione).

Velcro o bottoncini – Il velcro può apparire più pratico, ma è anche più deteriorabile, lavatrice dopo lavatrice, e non durare con un secondo o terzo figlio. Bisogna ricordarsi di chiuderlo bene quando lo si mette in lavatrice. Con i bottoncini ho l’impressione di poter regolare meglio la taglia e di farla ‘tenere’ di più. Certo, quando il pupo inizia a dimenarsi sul fasciatoio (la mia verso l’ottavo mese), il velcro è più veloce. Io ho preso un po’ e un po’.

Accessori – Veli raccoglifeci di carta, veli di pile, una scorta di inserti o booster che aumentano l’assorbenza, in vista delle pipì più abbondanti via via che il bambino cresce, la sacca retinata da tenere nel bidone per infilarci i pannolini e metterla poi direttamente in lavatrice (i pannolini poi escono da soli). Ho visto che alcune case di pannolini vendono anche il bidone per contenerli a prezzi altissimi. Io ne ho trovato uno molto funzionale, capiente e a chiusura quasi ermetica per 5 euro in un supermercato di casalinghi.

Lavaggio e cura – Chiedete al vostro rivenditore le istruzioni per il lavaggio. Barbara di Ecoalma produce un opuscolo dettagliato con le istruzioni da seguire e i dubbi in caso di scarsa assorbenza dei pannolini. Io faccio una lavatrice ogni 2-3 giorni, stenderli è velocissimo, non come una lavatrice di calzini! Una volta asciutti, li riassemblo tutti in modo da averli pronti quando mi servono. E’ una pratica zen che richiede una decina di minuti.

Quanti – Per iniziare direi 8 per il giorno e 4-5 per la notte. Poi si possono incrementare.

Dove acquistarli – Ci sono tanti siti dove comprare, io ho preso tutto da Barbara di Ecoalma, perché la conoscevo, è stata superdisponibile e mi ha saputo consigliare. Solo di recente ho scoperto tante mamme che producono pannolini fatti a mano di altissima qualità e molto belli, come Serena Taccari di Oh mama! o Barbara di Tre topini. Mi piacerebbe provarli. Per orientarsi, confrontarsi e saperne di più vi consiglio di visitare il sito di NonSoloCiripà, un’associazione di genitori che usano i pannolini lavabili.

Perché – Perché sono belli, colorati, allegri. Mentre li usi, li lavi, li stendi, li riassembli, senti di “prenderti cura del tuo bambino” (cit. Serena Taccari di Oh mama!). Ed è una bellissima sensazione. E per quelli che si nascondono dietro il “si inquina di più con le lavatrici e il sapone che usando gli usa e getta”, NON E’ VERO, informatevi!

Cinque cose da fare prima di partorire

Per quanto cerchiate di immaginare realisticamente come sarà la vostra vita tornate a casa con il vostro bebè, la realtà sarà molto peggio!

Non per tutti è così, vi auguro che per voi sia una passeggiata, ma meglio prepararsi al peggio per poi tirare un sospiro di sollievo, no?

Io personalmente ho odiato le mie amiche che avevano partorito un mese prima di me e mi dicevano: “E’ bellissimo! E’ la cosa più bella del mondo!”. Quando Anita aveva 23 giorni alla riunione del gruppo postparto ho detto che per me era “carino” ogni tanto, ma il più delle volte ero distrutta, mi chiedevo in che guaio mi ero cacciata e in pieno babyblues vedevo mia figlia come un’estranea.

Con il senno di poi credo mi abbia molto aiutato tirare fuori sin dall’inizio questi sentimenti negativi, senza cercare di negarli o sublimarli, anzi, a volte anche esagerandoli. Ho reagito cercando aiuto, sostegno, accudimento. Ho letto libri. Ho provato tante strade.

Quindi qualche consiglio alle future mamme per affrontare meglio il periodo del puerperio.

1) Se volete allattare, informatevi! Meglio essere preparate prima su come funziona l’allattamento e che difficoltà potreste incontrare. Seguite un corso approfondito, individuate una persona di riferimento che potrete contattare per ogni chiarimento: se è una consulente professionale per l’allattamento materno IBCLC, procuratevi il suo numero di telefono e verificate se e a quale prezzo è disponibile a venire a casa vostra dopo la nascita del bambino; se è una consulente de La Leche League, informatevi sugli incontri mensili e possibilmente seguitene qualcuno già prima del parto. Date un’occhiata ai libri e ai link consigliati.

2) Prendete in considerazione la possibilità di portare il vostro bimbo in una fascia o in un marsupio! E’ un modo comodo e confortevole di muoversi con lui fuori casa, senza l’ingombro della carrozzina. Vi ridarà l’ebbrezza di quando non eravate mamme e potevate muovervi in libertà. Potrete prendere autobus, treni, scale mobili con il vostro pulcino nascosto tra i vostri vestiti, cuore a cuore, pancia a pancia con voi. Portare è comodissimo anche dentro casa, quando il pupo è stanco, piange, si lamenta, o semplicemente quando dovete cucinare o stendere la lavatrice e lui non ne vuole sapere di stare per conto suo. Cercate di capire prima del parto quali sono i vari tipi di supporto e quello che fa al caso vostro. Non lasciatevi scoraggiare dall’apparente complicatezza di certe fasce e non esitate a chiedere alle mamme portatrici che incontrate per strada, saranno orgogliose di aiutarvi. E se avete individuato la fascia che fa per voi, acquistatela già prima del parto. Prima la usate, meglio è. Noi siamo uscite dall’ospedale con Anita nella fascia! Il mio consiglio è di comprarla da una mamma che le fa, cercate su internet, ce ne sono tantissime e sono sicure, belle, personalizzabili. In molte città esistono le fascioteche, luoghi dove si possono provare diversi tipi di supporti e prendere in prestito le fasce per testarle con il proprio bebè (a Roma, a Torino). Un buon modo per orientarsi è seguire qualche discussione sul gruppo “portare i bambini” su Facebook.

3) Preparate le scorte! Comprate pasta, riso, marmellata, carta igienica, dentifricio, deodorante, shampoo, perché quando avrete un’oretta libera col pupo, meglio trascorrerla al parco che al supermercato. Preparate pasti pronti e surgelateli. Nei primi giorni/settimane dopo il parto non avrete materialmente il tempo di cucinare, e forse neanche la voglia. Ma è molto importante che mangiate a dovere per rimettervi in forze e produrre il latte. Individuate qualcuno che cucini per voi nelle prime settimane dopo il parto: la mamma, la suocera, la vicina di casa, un’amica. Non occorre che lo faccia a casa vostra, può portarvi i pasti già pronti e voi dovrete solo infilarli nel microonde. Ottimi ricostituenti sono i germogli e le mandorle, ricche di ferro e di calcio. Nei negozi bio si trova una crema di mandorle 100% da spalmare sul pane, che è un vero concentrato di energia e di buon umore.

4) Trovate una persona che vi dia una mano nelle faccende di casa. Non avrete la forza di farle voi e, se pensate di farcela, riposatevi, riposatevi, riposatevi. Fate una passeggiata, respirate aria fresca, distendete la mente. I mesi a venire saranno duri e il vostro bimbo avrà bisogno di una mamma in forma. Con 25 euro a settimana potrete avere la casa decentemente in ordine e concentrarvi su cose più piacevoli. Ve lo meritate!

5) Individuate un luogo dove si incontrano altre mamme, che sia il consultorio, le riunioni de La Leche League, i centri di sostegno alla genitorialità, il cinemamme (a Roma, a Padova, a Brescia), il Milk Bar, è molto importante uscire e incontrare altre mamme, condividere le esperienze e le preoccupazioni, scoprire che è possibile fare alcune cose piacevoli anche con un lattante al seguito, come chiacchierare tra mamme, bere un tè, vedere un film, ecc. E’ un sollievo gestire un neonato tra altre mamme nella stessa situazione, la mamma si rilassa e si rilassa anche il bebè.